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Soffrite di iperidrosi? Noi la trattiamo con tossina botulinica. Leggi come

La tossina botulinica di tipo A svolge un ruolo insostituibile nel trattamento dell’iperidrosi. 

 

L’iperidrosi idiopatica primaria è un disturbo congenito che colpisce lo 0,5% della popolazione,

caratterizzato da una sudorazione eccessiva e invalidante localizzata per lo più ad ascelle, mani e piedi.

Si tratta di una condizione estremamente spiacevole dal punto di vista sociale che per fortuna può essere risolta con questo trattamento rapido e sicuro.

 

L’eccessiva sudorazione è influenzata da fattori fisiologici e patologici.Tra i fattori fisiologici incidono molto il clima, lo stress, l’ età e il sesso in quanto donne e anziani risultano meno colpiti.Talvolta purtroppo l’iperidrosi può rappresentare il segno prodromico di patologie ben più gravi come il feocromocitoma , motivo per cui la terapia è imprescindibile da un corretto percorso diagnostico.

Dal punto di vista anatomopatologico nell’iperidrosi le ghiandole sudoripare appaiono morfologicamente simili sia nell’irrorazione che nell’innervazione ,  sono però sottoposte ad una eccessiva stimolazione. 

La tossina botulinica inibisce la secrezione del sudore bloccando il rilascio di acetilcolina dalle membrane pre-sinaptiche. Il suo effetto comincia 3-5 giorni dopo  la somministrazione , raggiunge un picco massimo dopo 15 giorni e può arrivare a durare fino a sei-otto mesi. 

Sono stati utilizzati agenti topici per trattare l’iperidrosi spesso causando irritazione e quindi effetti collaterali così come accade ricorrendo a farmaci sistemici . Anche la terapia chirurgica viene proposta come soluzione, ma risulta ovviamente molto più invasiva.

 

L’area ascellare da trattare ha di solito un aspetto ovalare che corrisponde all’impianto dei bulbi piliferi. La tossina si inietta in una trentina di siti distanti all’incirca 1 cm l’uno dall’altro . Il dolore e’ minimo e non richiede alcuna anestesia se non l’applicazione di una crema anestetica mezz’ora prima dell’inoculazione .  L’effetto terapeutico rasenta il 100% dei risultati. 

 

 Nel trattamento dell’iperidrosi palmare e plantare le iniezioni risultano lievemente più dolorose,  per questo l’applicazione di una pomata anestetica deve necessariamente essere generosa e se non basta è consigliabile ricorrere al blocco anestesiologico dei nervi. 

 

 In mani istruite è una terapia di semplice esecuzione e di grande soddisfazione per il paziente .

 

Dott.ssa Monica Giangrande

Ringiovanimento, approccio full-face? Da noi si Può! Ce ne parla la Dott.ssa Monica Giangrande

Per ottenere un viso dall’aspetto riposato e cancellare i segni del tempo è necessario studiare il paziente nella sua totalità per poter intervenire nella maniera più appropriata in tutti i distretti del volto. Abbiamo molte armi per intervenire e possiamo scegliere di utilizzarle in successione perché a volte solo l’utilizzo di tecniche combinate potrà darci il miglior risultato.

 

È consigliabile anche per le giovanissime partire da un efficace programma di biostimolazione e biorivitalizzazione cutanea a base di acido ialuronico libero e non solo . Questi trattamenti migliorano in poche sedute il tono cutaneo e l’idratazione della pelle senza modificare in alcun modo la forma del viso ma preparando allo stesso tempo la paziente, se la stessa necessita di una correzione con filler dermici o ipodermici.

Questi ultimi sono utili per riarmonizzare le forme e i volumi di un viso se questi hanno subìto un processo di invecchiamento oppure se la paziente gradisce ottenere un risultato esteticamente migliore. I filler più morbidi vengono invece utilizzati per attenuare le rughe o per rimodellare le labbra.

 

Uno dei trattamenti più sicuri e che ancor più degli altri rende molto soddisfatto il paziente è il trattamento delle rughe del terzo superiore del volto con l’iniezione di tossina botulinica . Eliminando quasi completamente la presenza di rughe sulla fronte e attorno agli occhi lo sguardo sembra illuminarsi. Questo trattamento regala l’aspetto di una persona riposata e rilassata per circa 6 mesi . 

 

Per migliorare invece l’aspetto di una cute iperseborroica segnata dagli esiti di acne , per mascherare la presenza di cicatrici , trattare le macchie e ancora una volta attenuare le rughe, non possiamo che ricorrere ad un peeling medico. Parliamo di un trattamento consistente in un’abrasione dell’epidermide o del derma superficiale/medio, effettuata mediante l’applicazione di un mezzo chimico, in genere un acido.  I peelings superficiali, i più utilizzati , prevedono più applicazioni (in genere tre) ripetute a distanza di 3/4 settimane. 

 

La medicina estetica suggerisce sempre un percorso di bellezza dalla prevenzione al trattamento per concludersi poi con sedute di mantenimento.

 

Dott.ssa Monica Giangrande

Risonanza Magnetica al Piede

 

Punto di forza della Risonanza rispetto ad altre metodiche è la precoce e sensibile identificazione dell’edema intraspongioso e/o midollare comune ad affezioni come le fratture intraspongiose occulte post traumatiche, da stress, le osteomieliti, le osteonecrosi, le sindromi algodistrofiche da alterato carico biomeccanico, consentendo, una diagnosi differenziale e un precoce trattamento prevenendo conseguenze di un certo impatto psicofisico come le amputazioni da osteomielite nel piede diabetico.

 

La Risonanza Magnetica consente una agevole distinzione nel labirinto di affezioni del retropiede accomunate dalla comune sintomatologia dolorosa calcaneare: tendiniti, tenosinoviti, lesioni della fascia plantare (la comune fascite associata o meno a spina calcaneare, le fibromatosi plantari, xantomi, le rotture post traumatiche), affezioni flogistico-degenerative del tendine di Achille associate o meno a borsiti calcaneari, le cause di sindrome del tunnel tarsale, osteiti o coinvolgimento spongioso calcaneare di varia natura e anormalità dei tessuti molli sottocutanei quali ad esempio lesioni da sovraccarico, granulomi o nodulazioni reumatoidi.

Buona parte di queste affezioni spesso sono efficacemente diagnosticate anche alla regione dell’avampiede. Un cenno importante in tale distretto merita il ruolo della RM nell’identificazione del neuroma di Morton, patologia neoplastica benigna, frequente causa di metatarsalgia.

La Risonanza gioca un ruolo cruciale nella pianificazione prechirurgica e di conseguenza nell’outcome clinico del paziente in tutte le patologie neoplastiche del piede.

Essenziale resta altresì il contributo della RM nel bilancio del carico lesivo post traumatico osteo-tendineo e capsulo-ligamentoso nei casi non dirimenti all’esame ecografico.

Quando effettuare la risonanza magnetica al Ginocchio

La risonanza magnetica al ginocchio è uno strumento diagnostico di notevole importanza per la visualizzazione delle varie componenti dell’articolazione del ginocchio.

Una risonanza magnetica al ginocchio è un esame indicato in varie situazioni:

  • diagnosi di processi degenerativo-infiammatori a carico dell’articolazione, in particolare l’artrosi del ginocchio (gonartrosi)
  • individuazione di lesioni a carico della cartilagine articolare
  • individuazione di lesioni a carico dei menischi
  • individuazione di problemi carico della rotula
  • distorsione al ginocchio (un infortunio che si riscontra frequentemente nell’ambito della pratica sportiva, ma non solo)
  • identificazione di fratture ossee a carico dell’estremità prossimale della tibia oppure dell’estremità distale del femore
  • identificazione delle cause di manifestazioni cliniche a carico dell’articolazione (dolore, gonfiore, rigidità articolare, presenza di ematomi, senso di debolezza)
  • individuazione della presenza e delle cause di versamento al ginocchio
  • osteomielite (serio processo infettivo che interessa ossa e midollo osseo).

L’esecuzione di una risonanza magnetica al ginocchio serve anche a stabilire se sia o no opportuno effettuare un’artroscopia del ginocchio o, comunque, un qualsiasi intervento chirurgico.

L’esame ha inoltre una notevole importanza nel monitoraggio nel tempo della situazione di un ginocchio sottoposto a intervento chirurgico.

Coagulazione: In cosa consiste?

L’Ematologia è la disciplina medica che si occupa dello studio fisiologico e patologico del sangue e degli organi che lo generano. Lo studio della qualità delle cellule che compongono il sangue (emocromo) e i test di coagulazione sono alcuni dei settori che riguardano questo ambito medico.

 

EMOCROMO COMPLETO CON FORMULA

L’emocromo (abbreviazione di esame emocromocitometrico) è un esame che permette di avere informazioni qualitative e quantitative sulle cellule del sangue:

  • globuli rossi;
  • globuli bianchi;
  • piastrine.

Questo esame fornisce informazioni su alcune caratteristiche di queste cellule come le dimensioni, la forma e il contenuto.

Quando viene richiesto?

Solitamente, il medico prescrive questo esame per i seguenti motivi:

  • come controllo di routine;
  • per lo screening di alcune malattie;
  • per confermare la diagnosi di alcune condizioni mediche;
  • per verificare eventuali effetti collaterali legati all’assunzione (cronica o meno) di farmaci;
  • in presenza di segni di infezione o infiammazione;
  • in caso di debolezza e stanchezza persistenti che il medico ritiene potenzialmente conseguenti ad un’anemia.

Come viene eseguito il test?

Il personale infermieristico effettua un prelievo di sangue venoso dall’avambraccio. Il campione prelevato viene conservato in una provetta contenente un anticoagulante (EDTA) e sottoposto al test mediante l’analizzatore ematologico automatico PENTRA XL 80 della Horiba.

 
TEST DELLA COAGULAZIONE DEL SANGUE

Attraverso i test di coagulazione è possibile monitorare l’attività coagulativa del sangue, cioè il processo di arresto di una emorragia che si innesca a causa di una ferita più o meno grave.
I principali esami di laboratorio per lo studio dell’attività di coagulazione del sangue sono:

  • il tempo di protrombina (o attività protrombinica) chiamato anche PT;
  • il tempo di tromboplastina parziale chiamato anche PTT;
  • fibrinogeno;
  • antitrombina III.

Quando vengono richiesti?

I test di coagulazione vengono consigliati dal medico nei seguenti casi:

  • quando una persona deve sottoporsi ad un intervento chirurgico;
  • quando una persona deve monitorare la terapia anticoagulante (utilizzo di anticoagulanti vari);
  • quando una persona ha avuto malattie riconducibili ad una alterata coagulazione del sangue come l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale, trombosi venosa profonda, embolia polmonare;
  • per diagnosticare malattie legate alle piastrine o ai fattori di coagulazione;
  • in caso di uso di contraccettivi orali.

 

 

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Cosa è Elettroterapia?

E’ una terapia di tipo fisico che utilizza la corrente elettrica tenendo presente tre fattori:

  • l’intensità della corrente elettrica: quantità di corrente elettrica erogata misurata in milliampère;
  • la durata: tempo di somministrazione dell’impulso elettrico;
  • la pausa: periodo di tempo in cui la corrente elettrica non viene erogata.

La corrente elettrica utilizzata inoltre si distingue in:

  • corrente continua attraverso l’erogazione di una corrente continua e lineare che ha una certa intensità e che non ha interruzioni. A sua volta si differenzia in Corrente Galvanica e Ionoforesi (che serve a far veicolare i farmaci a livello cutaneo);
  • correnti alternate o, meglio dette, variabili. Si suddividono, a loro volta, in Corrente Alternata a bassa o media frequenza (Diadinamiche, TENS ed Interferenziali: utilizzate a scopo antalgico nelle varie forme di dolore);
  • corrente alternata ad alta frequenza (correnti rettangolari, correnti triangolari, corrente faradica e correnti Kotz che vengono utilizzate nella stimolazione del muscolo o parzialmente innervato).

Gli effetti positivi dell’elettroterapia sono:

  • Riduzione del dolore;
  • Deionizzazione muscolare e risoluzione degli spasmi;
  • Accelerazione del processo di guarigione;
  • Stimolazione della consolidazione ossea in caso di fratture.

Il metodo di applicazione consiste nell’utilizzo di testine assicurando una buona aderenza a livello cutaneo tramite appositi gel.

 

Prevenzione Mammografia. Da Ortokinesis puoi!

La prevenzione è la chiave per una diagnosi precoce, in grado di salvare la vita della paziente e minimizzare le conseguenze di un eventuale intervento. Controlli periodici ed uno stile di vita sano sono i punti base da tenere a mente: smettere di fumare, adottare un’alimentazione ricca di frutta e verdura e povera di alcol, grassi saturi e proteine animali.

Quando è il caso di sottoporsi ad una mammografia? 

Per l’Osservatorio nazionale screening è consigliabile effettuare l’esame ogni 2 anni a partire dai 50 anni di età. In presenza di casi di tumore in famiglia, data la componente di ereditarietà, è preferibile anticipare i controlli già verso i 40 anni.

E prima? 

In questo caso, per le under 40 l’esame più utile è l’ecografia.

ATHLETIC CLUB: Eliminare i dolori cervicali con la fisioterapia

Chi almeno una volta nella vita, non ha mai sofferto di dolore cervicale?

Il dolore cervicale o cervicalgia è infatti uno dei disturbi più diffusi nel mondo occidentale: si tratta il più delle volte di un’infiammazione, che colpisce le vertebre superiori della colonna, a sostegno del collo e della testa. 

La cervicalgia può essere causata da fattori non modificabilicome età, sesso, familiarità, condizioni generali di salute, pregressi esiti traumatici; e fattori modificabili come il lavoro ripetitivo, periodi prolungati in cui la colonna cervicale viene mantenuta in flessione, lavoro ad alto stress psicologico, fumo e precedente danno al collo ed alle spalle. Nello specifico il nostro stile di vita, prevalentemente sedentario, con una postura sbagliata e caratterizzata da uno scarso esercizio fisico; contribuisce alle probabilità di manifestarsi della cervicalgia. 

Tra le cause possiamo citare anche:

  • eventi traumatici acuti occasionali, come il colpo di frusta un incidente sportivo
  • continue microlesioni tipiche degli sport di contatto come la boxe o dei lavori particolarmente usuranti, che prevedono un notevole sforzo fisico e movimenti ripetuti nel tempo

Non si possono sicuramente tralasciare fattori predisponenti come:

  • la cifosi dorsale
  • l’iperlordosi lombare
  • processi degenerativi dei dischi intervertebrali
  • le lesioni traumatiche pregresse
  • l’ernia cervicale
  • l’artrosi cervicale
  • l’osteofitosi

Le cause possono essere davvero tante, tutte potenzialmente in grado di scatenare dei grandi fastidi, se non curati in tempo, che possono condurre all’irrigidimento del collo e la conseguente diminuzione delle capacità di movimento. 

Nelle patologie più croniche, il dolore tende ad irradiarsi fino ad arrivare a colpire anche le spalle e le braccia, accompagnato da nausea, mal di testa, vertigini e disturbi alla vista e/o all’udito.

Quali possono essere i rimedi?

Per curare la cervicalgia è necessario agire sulle cause che scatenano il dolore, come la rigidità muscolare, l’infiammazione e la postura.

Per questo tipo di problematiche è fortemente consigliato una diagnosi medica, che possa analizzare i sintomi per effettuare un piano terapeutico adeguato. 

La fisioterapia negli ultimi anni ha fatto passi da gigante nella cura della cervicalgia. La diagnosi, solitamente viene effettuata da un fisiatra, il quale effettua una visita accurata, ponendo attenzione alle attività quotidiane del paziente e analizzando nel dettaglio l’esatta localizzazione del dolore e la sua irradiazione (verso braccia o mani). 

Le sedute fisioterapiche possono prevedere, infatti l’applicazione di diverse terapie, di tipo strumentale, atte a ridurre lo stato infiammatorio, il dolore e la contrattura muscolare, come la TENS, il Laser e gli Ultrasuoni, e di tipo manuale come la Massoterapia e la Rieducazione Motoria (mobilizzazione ed esercizio terapeutico), effettuate da personale specializzato.

 

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ORTOKINESIS: INTESTINO IRRITABILE: QUALI ESAMI FARE?

Cosa non va nel mio intestino? Quante volte ci siamo fatti questa domanda? 

Il cattivo funzionamento dell’intestino è un disturbo fastidioso che rischia di rovinare e mettere a repentaglio anche le nostre tanto attese vacanze estive. A volte, il caldo eccessivo, le bevande ghiacciate, un’alimentazione improvvisata, o semplicemente periodi di forte stress e non solo…, possono scatenare dei disturbi intestinali.

La sindrome dell’intestino irritabile è una condizione molto comune che interessa circa il 10% della popolazione, soprattutto dai 20 ai 50 anni. Impropriamente chiamata “Colite”, si presenta con il tipico fastidio o dolore addominale, associato all’alterazione della funzione intestinale.

 

Quali possono essere i sintomi e le cause?

I sintomi possono variare, da persona a persona, con dolori addominali, spesso accompagnati da gonfiore, tensione, presenza di muco nelle feci, stipsi o diarrea.

Le cause sono molteplici e possono cambiare di volta in volta, tanto da non riuscire ad individuare il singolo fattore scatenante. Sicuramente, tra i fattori principali possiamo citare quelli psico-sociali, come gli aspetti cognitivi ed emotivi; oppure i fattori biologici, come la predisposizione e la suscettibilità individuale, la percezione soggettiva del dolore, la flora batterica e le relative infezioni intestinali. 

Un altro importante aspetto sicuramente è dato dalla presenza di intolleranze ed allergie alimentaridall’utilizzo cronico di farmaci (es anti-infiammatori, antibiotici) e dallo stress, che possono avere un ruolo determinante.

Una visita scrupolosa potrà sicuramente aiutare a scegliere la cura più adatta, in quanto, spesso è necessario escludere la presenza di malattie intestinali che presentano gli stessi sintomi e che richiedono un trattamento differente. 

 

Come intervenire per curare l’intestino irritabile?

Per indagare in modo approfondito uno dei primi passi è sicuramente effettuare determinati esami di laboratorio

Vengono inizialmente eseguiti gli esami di routine come: 

  • Emocromo
  • Sideremia, Ferritina e Transferrina
  • Transaminasi
  • Glicemia
  • Creatininemia

Per delle analisi cliniche di dettaglio si possono effettuare 

  • le analisi degli Indici di Flogosi (VES, PCR e Calprotectina), per scartare processi infiammatori caratteristici di altre patologie intestinali, quali malattia di Crohn e rettocolite ulcerosa
  • il dosaggio di Paratormone, TSH, freeT3 e freeT4 eseguito per escludere la presenza di iperparatiroidismo, ipertiroidismo o ipotiroidismo.
  • Test Alimentari, per valutare la presenza di allergie e/o intolleranze.
  • l’analisi delle Feci con ricerca di eventuali parassiti fecali; ricerca di sangue occulto nelle feci per evidenziare eventuali perdite ematiche intestinali; coprocoltura per la ricerca di batteri specifici (Salmonella, Shigella e Campylobacter).

 

Come proteggere l’intestino?

Anche se non possiamo parlare di una vera e propria prevenzione, possiamo sicuramente adottare delle piccole accortezze, sufficienti per preservare il proprio intestino e proteggersi da eventuali attacchi.

Chi soffre di disordini intestinali deve, ad esempio, mettersi al riparo dal troppo caldo, fare attività fisica, ma soprattutto riequilibrare la propria alimentazione evitando di bere bevande ghiacciate, di esagerare con alcuni alimenti come: panini, fritture, salse a base di panna o maionese, piatti freddi, fast food e alcolici. 

 

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Nel nostro centro il test dei Markers Tumorali è in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

I marcatori tumorali, per lo più proteine ed antigeni, sono sostanze presenti nel sangue prodotte in quantità superiore alla norma da alcune cellule tumorali. È possibile che queste sostanze siano presenti nell’organismo anche in condizioni diverse dal cancro. Possono indirizzare o confermare una diagnosi, ma non sono sufficienti a dimostrarla in assenza di altri elementi.

In alcuni casi questi test sono utili per seguire in maniera poco invasiva l’andamento della malattia o per individuare precocemente una sua ripresa dopo una fase di remissione. Tuttavia, non sono consigliabili come screening per la diagnosi precoce in assenza di disturbi che possano essere indicatori di una patologia. È importante ricordare che alcuni di questi esami possono risultare positivi anche in assenza di cancro e viceversa, è possibile avere un tumore anche in assenza di marcatori elevati.

 

Alcuni markers sono prodotti solo dalle cellule di un organo e quindi specifici di un particolare tumore (antigene prostatico PSA per la prostata o CA 125 per l’ovaio), altri (antigene carcino-embrionario CEA o l’alfafetoproteina) possono essere elevati in presenza di tumori diversi, come quelli del colon o della mammella e del fegato o dei tumori delle cellule germinali. A oggi non esiste un marcatore unico per tutte le forme di cancro.

Come viene eseguito il test?

Il test viene eseguito da personale infermieristico mediante un semplice prelievo di sangue. Di norma non serve essere a digiuno, ma è consigliabile. Il sangue prelevato viene utilizzato per l’esecuzione del test attraverso strumenti automatizzati.

Quali markers è possibile effettuare?

Attualmente presso il nostro Centro è possibile effettuare i seguenti markers tumorali:

  • Alfa Feto Proteina: è un antigene oncofetale che aumenta in caso di epatocarcinoma ma anche in caso di epatite cronica attiva, cirrosi, tumori testicolari ed ovarici;
  • Ca 15-3: viene usato, insieme al CEA, nel follow-up post-operatorio, al fine di verificare l’effettiva radicalità dell’intervento, e in seguito per evidenziare la comparsa di recidive in loco o di metastasi a distanza;
  • Ca 19-9: è caratteristico del tumore del tratto digerente: ciò vuol dire che, in presenza di un paziente con una sospetta neoplasia di origine incerta, una sua positività deve indirizzare le indagini in quel distretto;
  • Ca 50: è un antigene glicoproteico ad alto peso molecolare dal significato clinico simile al Ca19-9; si eleva per i tumori del tratto digerente, del pancreas, del fegato, delle vie biliari, del rene, della vescica, dell’utero e della prostata. In condizioni non neoplastiche può essere incrementato nelle cirrosi epatiche e nelle pancreatiti. I fumatori hanno livelli lievemente superiori della norma;
  • Ca 72–4: è anch’essa una glicoproteina ad alto peso molecolare della famiglia delle mucine. La sua elevazione può essere indice di adenocarcinomi dell’ovaio, della mammella, del colon, del polmone stomaco e pancreas. In condizioni non neoplastiche può aumentare nel morbo di Crohn e in alcune patologie mammarie;
  • Ca 125: è una glicoproteina utilizzata come marker per il carcinoma ovarico ed è un utile marcatore per il follow-up postoperatorio. Aumentati livelli di Ca125 sono stati riscontrati anche negli adenocarcinomi della cervice uterina e nel carcinoma endometriale; può inoltre essere aumentato in tumori pancreatici, polmonari, mammari e nelle neoplasie del colon retto. Il Ca 125 è presente nell’endometrio normale e nei fluidi uterini ma il suo passaggio ematico è molto limitato. Ciò giustifica che la concentrazione ematica può aumentare durante il flusso mestruale e nel primo trimestre di gravidanza. Una delle condizioni più interessanti di incremento del Ca 125 è l’endometriosi con possibile utilizzo del marker per il follow-up post operatorio o post terapia. Aumenta inoltre in tutte le condizioni di irritazione peritoneale con o senza versamento ascitico, in presenza di cisti o formazioni benigne ovariche ed anche per grossi fibromi uterini;
  • Cea: è una famiglia di antigeni oncofetali, di natura glicoproteica, che svolgono una azione nei processi di regolazione cellulare fetale; viene definito oncofetale proprio per l’elevata produzione nella vita intrauterina, che ricompare in numerosi tipi di cellule neoplastiche. Una sua positività può essere evidenziata anche in alcune malattie croniche gastrointestinali o respiratorie (falsi positivi), tanto che per i fumatori si considera un valore di cut-off più elevato che per i non fumatori;
  • Psa: essendo presente solo nelle cellule prostatiche, il PSA risulta essere un marcatore abbastanza specifico per il carcinoma della prostata. Un suo aumento si verifica anche in caso di ipertrofia prostatica benigna o di adenoma prostatico ma livelli superiori a 20 ng/ml portano a pensare con buona probabilità ad un carcinoma. Nel caso in cui il valore sia compreso tra 4 e 20 ng/ml, si ricorre al rapporto tra la frazione libera f-PSA e il PSA tot. Se questo rapporto è superiore a 0,2 si pensa ad una patologia benigna, in caso contrario, si può ritenere probabile la presenza di un carcinoma;
  • Calcitonina: è un ormone utilizzato come marcatore, in quanto prodotto dalle cellule C della tiroide che danno origine al carcinoma midollare; considerando che tale neoplasia ha una elevata incidenza familiare, è utile sottoporre a questo test anche i parenti dei malati;
  • Tireoglobulina: è usata come marcatore nel follow-up dei pazienti sottoposti a tiroidectomia. Il suo aumento sta ad indicare una recidiva locale o la comparsa di metastasi a distanza;
  • Cromogranina A: è una glicoproteina particolarmente conosciuta in ambito clinico come marcatore bioumorale specifico per i tumori neuroendocrini, in particolare per il feocromocitoma, il neuroblastoma ed i carcinoidi;
  • NSE (Enolasi Neurone Specifica): è un enzima glicolitico citoplasmatico ed è un marker tumorale utilizzato nella stadiazione, individuazione di recidive e monitoraggio della terapia dei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule. Può essere presente anche nei tumori midollare della tiroide, nel neuroblastoma ed in tumori neuroendocrini. Piccoli aumenti non stabili nel tempo possono essere presenti anche in malattie polmonari non neoplastiche;
  • CYFRA 21-1: ha una discreta specificità per i tumori polmonari del tipo NSCLC (Non Small Cell Lung Carcinoma). Non presenta elevazioni in caso di microcitoma polmonare. Il suo livello ematico è proporzionale alla massa del tumore e alla sua aggressività. È utile nel monitoraggio della malattia e della risposta alla terapia. Valori oltre la norma possono essere dovuti a cause non neoplastiche, come alcune patologie benigne polmonari associate a infezione acuta;
  • TPA (Antigene polipeptidico tessutale): è una proteina che può presentare un incremento in quasi tutti i tumori solidi ed in particolare in tumori come il cancro della mammella, capo-collo, ovaio, polmone, tumori dell’apparato digerente e delle vie urinarie. Il TPA è alquanto aspecifico e più che rappresentare un marcatore di una patologia tumorale è da considerare un indice di proliferazione cellulare. Il suo aumento infatti è correlato alla velocità di accrescimento tumorale e non alla dimensione della massa tumorale. Il TPA è utile nel follow-up di pazienti con tumori già accertati più che nella fase diagnostica. Un aumento del TPA può essere presente anche in malattie non neoplastiche quali la cirrosi epatica, le infezioni del tratto biliare, epatiti in genere, infezioni del tratto respiratorio;
  • HE – 4 (Human Epididimis Protein 4): è una glicoproteina isolata in prima istanza nell’epitelio dell’epididimo e successivamente anche in altri epiteli quali quello polmonare e genitale femminile. Il suo livello serico aumenta nelle pazienti con tumore ovarico ed è spesso usato in associazione con il CA 125;
  • HCG: vi sono anche condizioni in cui un’eccessiva elevazione della Beta HCG è indicativo di patologie come la mola vescicolare o la sua degenerazione in coriocarcinoma per cui, oltre che per la diagnosi è anche utile per il follow up di queste patologie. Infine la beta HCG è marker tumorale di alcuni tumori testicolari;
  • S 100: è il marcatore usato per monitorare il paziente operato di melanoma. Un innalzamento dell’S100 durante il controllo del paziente dopo asportazione del melanoma è fortemente suggestivo di ripresa di malattia. L’S100 viene utilizzato anche per monitorare la risposta alla terapia;
  • Ferritina: anche se non è da considerarsi un marcatore tumorale in senso stretto, la Ferritina viene considerata come tale in quanto può aumentare sia nelle neoplasie primitive del fegato che nelle metastasi di altri tumori a causa della liberazione in circolo legata al danno tessutale;
  • Beta 2 Microglobulina: è utilizzata come marcatore tumorale per alcuni tipi di tumore delle cellule del sangue. Non è diagnostico per specifiche patologie, ma è associato alla “quantità” di tumore presente (estensione tumorale) è può fornire al clinico informazioni addizionali sulla prognosi del paziente. Il test della B2M su sangue e talvolta su urina può essere prescritto come supporto nella determinazione della gravità e della diffusione (stadio) del mieloma multiplo, nel valutare la prognosi di tumori come mieloma e linfoma, e può talvolta essere prescritto per valutare la progressione di malattia e l’efficacia del trattamento.

Test rapido per la ricerca dello Streptococco Beta Emolitico Gruppo A su Tampone Faringeo

Il test per la ricerca dell’antigene dello Streptococco Beta Emolitico Gruppo A in tamponi faringei è un esame rapido di tipo immunologico. Questo test funge da coadiuvante nella diagnosi preventiva di infezioni da streptococco di gruppo A in pazienti che presentano sintomi sospetti. Lo streptococco di gruppo A è una delle principali cause di infezioni respiratorie come tonsilliti, faringiti e scarlattina. Una diagnosi precoce e la cura di faringiti causate dallo streptococco di gruppo A, permettono di ridurre la gravità dei sintomi, ma soprattutto ulteriori complicazioni come la febbre reumatica e la glomerulonefrite. I metodi tradizionali di identificazione (l’esame colturale) consistono nell’isolamento e nella successiva identificazione del microrganismo e richiedono 24-48 ore.

 

Dopo quanto tempo è possibile avere la risposta?

Questo test è in grado di fornire una risposta entro un’ora, permettendo ai medici di effettuare rapidamente la diagnosi e di somministrare i medicinali più adeguati. Qualsiasi risultato dubbio andrebbe valutato dal medico, di concerto con la sintomatologia clinica.

Si tratta di un test affidabile?

Questo test presenta una sensibilità pari al 97,6 % ed una specificità del 97,5 %, secondo gli studi condotti e che hanno messo a confronto l’efficacia del test rapido con quello colturale convenzionale. L’accuratezza del test dipende dalla qualità del campione.
Risultati erroneamente negativi possono essere legati ad un tampone non effettuato a dovere o ad una scarsa quantità di antigene raccolto (fase iniziale dell’infezione). Infezioni respiratorie, incluse le faringiti, potrebbero essere causate da streptococchi di altri sierogruppi per cui, un risultato negativo del test rapido non esclude infezioni causate da altri microrganismi patogeni.

Esame parassitologico delle feci: eseguilo presso i Nostri Centri

L’esame parassitologico delle feci è finalizzato alla diagnosi di infezioni intestinali (parassitosi) che si manifestano con diarrea, crampi, occlusione intestinale, dimagrimento e anemia. L’esame viene effettuato attraverso la ricerca nelle feci dei parassiti e delle loro uova: elminti (uova e/o larve), protozoi come Giardia intestinalis, coccidi (Cryptosporidium parvum, Isospora belli, Cyclospora cayetanensis).

L’esame si rivela utile, e spesso necessario, soprattutto per il viaggiatore internazionale di ritorno da zone a rischio (Paesi tropicali in via di sviluppo), ma è di fondamentale importanza anche per l’identificazione di alcuni parassiti “nostrani”, comunque ubiquitari.

È consigliabile eseguire l’esame su 3 campioni di feci, raccolte in 3 giorni diversi, nell’arco di 7-10 giorni. Questa procedura aumenta le possibilità di trovare eventuali parassiti, la cui emissione nelle feci non è costante.

È necessario che il paziente fornisca al laboratorio informazioni sulla sintomatologia, sulla provenienza, sui soggiorni all’estero e su eventuali infezioni pregresse.
Normalmente, i parassiti devono essere assenti. In ogni caso, è importante che i risultati delle analisi vengano valutati nell’insieme dal medico di fiducia, che conosce il quadro anamnestico del proprio paziente.

 
 

Esame parassitologico delle feci: eseguilo presso i Nostri Centri

L’esame parassitologico delle feci è finalizzato alla diagnosi di infezioni intestinali (parassitosi) che si manifestano con diarrea, crampi, occlusione intestinale, dimagrimento e anemia. L’esame viene effettuato attraverso la ricerca nelle feci dei parassiti e delle loro uova: elminti (uova e/o larve), protozoi come Giardia intestinalis, coccidi (Cryptosporidium parvum, Isospora belli, Cyclospora cayetanensis).

 

L’esame si rivela utile, e spesso necessario, soprattutto per il viaggiatore internazionale di ritorno da zone a rischio (Paesi tropicali in via di sviluppo), ma è di fondamentale importanza anche per l’identificazione di alcuni parassiti “nostrani”, comunque ubiquitari.

È consigliabile eseguire l’esame su 3 campioni di feci, raccolte in 3 giorni diversi, nell’arco di 7-10 giorni. Questa procedura aumenta le possibilità di trovare eventuali parassiti, la cui emissione nelle feci non è costante.

È necessario che il paziente fornisca al laboratorio informazioni sulla sintomatologia, sulla provenienza, sui soggiorni all’estero e su eventuali infezioni pregresse.
Normalmente, i parassiti devono essere assenti. In ogni caso, è importante che i risultati delle analisi vengano valutati nell’insieme dal medico di fiducia, che conosce il quadro anamnestico del proprio paziente.

 
 

Perché si ricorre all’analisi del sangue?

Perché si ricorre all’analisi del sangue?

Perché è l’esame più diffuso e più richiesto. Attraverso il sangue non solo si riescono a individuare le sostanze che circolano nel corpo, ma si capisce se un organo sta funzionando bene o se invece ha qualche difetto.

L’analisi del sangue è un esame veloce e indolore?

Sì. Il prelievo viene solitamente effettuato da una vena alla piega del gomito, sull’avambraccio o sul dorso della mano. La quantità di sangue estratto dipende dal numero di analisi che si devono eseguire, ma in ogni caso si tratta sempre di una quantità molto piccola; il prelievo di sangue viene eseguito in una sala prelievi, a stomaco vuoto, di preferenza alla mattina, per evitare che le sostanze contenute nel cibo ingerito alterino il normale equilibrio del sangue.

È importante precisare che, se si ottengono valori diversi da quelli considerati normali, non significa necessariamente che ci sia in atto una malattia; quindi, non ci si deve allarmare. La cosa più saggia da fare è quella di far valutare i risultati delle analisi dal proprio medico o da uno specialista.

Ci sono fattori che possono alterare i risultati?

Sì certamente. Tra questi ricordiamo, solo come esempio, l’attività fisica, l’assunzione di farmaci, l’ora della raccolta, la postura del paziente nel momento della raccolta, l’uso improprio del laccio emostatico.

Che cosa si intende con Risonanza Magnetica Nucleare (RMN)?

È una moderna tecnica diagnostica non invasiva usata per fornire immagini dettagliate del corpo umano. Utilizza campi magnetici e impulsi di radiofrequenza senza il rischio biologico dovuto alle radiazioni ionizzanti. Molte malattie e alterazioni degli organi interni possono essere visualizzate e, quindi, facilmente diagnosticate grazie alla RMN che rappresenta un prezioso ausilio nella diagnosi di malattie del sistema nervoso centrale, della colonna vertebrale e midollo, del sistema muscolo-scheletrico (articolazioni, osso, tessuti molli), degli organi addominali e dei vasi.

In Oncologia viene utilizzata nella precoce identificazione di molti tipi di tumori, per la stadiazione e la valutazione della risposta al trattamento di malattia.

L’evoluzione della TAC si chiama Cone Beam 3D, ed è disponibile da Ortokinesis

L’evoluzione della TAC si chiama Cone Beam 3D, una nuova apparecchiatura per ottenere una radiografia in 3d del cranio del paziente, ricostruito virtualmente da un computer che riproduce immagini di ottima qualità.

I campi di applicazione sono molteplici e nel caso specifico dell’odontoiatria anche i benefici sono tanti. La Cone Bean 3D emette infatti una quantità di radiazioni notevolmente inferiore rispetto alla normale TAC DENTALSCAN, fino a 30 volte in meno (come avvalorato da numerosi studi scientifici) e a differenza del classico esame in 2D permette di avere informazioni molto più approfondite sullo stato di salute dei tessuti duri del cavo orale.Ne consegue un’analisi più puntuale in minor tempo (l’esame dura al massimo 1 minuto), maggiore comodità per il soggetto che vi viene sottoposto, e una maggiore comunicazione con il paziente che attraverso i rendering in 3D riesce a comprendere chiaramente quale sia la sua situazione. 

Ernia del disco cos’è e come si cura con la fisioterapia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ernia del disco  è una delle più frequenti cause del mal di schiena, può interessare una o una molteplicità di vertebre della colonna causando forti dolori e criticità nei movimenti e nella deambulazione. Fra le discopatie è sicuramente la più nota, non sempre, però riconosciuta come tale. È ricorrente la situazione di chi si porta avanti una nevralgia o una lombalgia per mesi senza andare a fondo sull’origine della problematica, ovvero senza sottoporsi a visita ortopedica o svolgere gli esami diagnostici previsti in queste circostanze: radiografie, risonanze magnetiche, TAC. 

L’ernia del disco è una patologia da usura o da sforzo che interessa sia uomini che donne in età giovanile o adulta, la fascia maggiormente interessata è quella compresa fra i 35 e i 55 anni. L’ernia del disco è dovuta ad una fuoriuscita del nucleo morbido di uno o più dischi intervertebrali, a causa di una compressione.

 

DOLORI MUSCOLARI = SVILUPPO MUSCOLARE. MITO O REALTÀ?

Ti sei sicuramente già chiesto se i dolori muscolari post attività fisica siano sintomo di sviluppo muscolare o se anche un allenamento non seguito dai dolori sia stato efficace.

 

I nostri esperti ci spiegano come nascono i dolori muscolari e se sono un presupposto imprescindibile per lo sviluppo muscolare.

 

IL MITO DELL’ACIDIFICAZIONE

Le ricerche più datate affermano che i dolori muscolari sono provocati dall’acido lattico, il sottoprodotto del metabolismo anaerobico. Pur essendo vero che una forte sollecitazione muscolare fa aumentare l’acido lattico, la causa dei dolori muscolari non è questa.

L’acido lattico tende, infatti, a scomparire dopo circa 20 minuti mentre i dolori muscolari sorgono 12-48 ore dopo l’attività fisica. Perciò, secondo i dati scientifici attuali, è improbabile che i dolori siano provocati dall’acidificazione dei muscoli.

Tuttavia troppo acido lattico impedisce il corretto funzionamento degli stessi perché l’abbassamento del pH inibisce gli enzimi responsabili della contrazione muscolare. Di conseguenza si ha una capacità di prestazione ridotta che si palesa nella debolezza muscolare.

Quel dolore al polso delle mamme? Si risolve con la fisioterapia

A pochi mesi dal parto spesso molte donne si trovano a soffrire di dolori al polso, in particolare nella zona vicino al pollice.
E’ una condizione molto fastidiosa e invalidante perché interferisce anche con le più semplici attività quotidiane come prendere in braccio il proprio bambino, sostenerlo durante il bagnetto, svitare bottiglie, lavorare al computer, ecc.
Si tratta della tenosinovite di De Quervain anche conosciuta come tendinite delle neomamme (ma anche delle ricamatrici, dei musicisti e degli operatori informatici).
Tendiniti neomame 2Nello specifico è l’infiammazione dei tendini dei muscoli abduttore lungo ed estensore breve del pollice.

CAUSE

Tra le cause più comuni troviamo l’uso eccessivo del polso, microtraumi ripetuti e lo squilibrio ormonale dovuto alla recente gravidanza e allattamento.
Detto questo basta pensare a quante mamme si trovano ogni giorno affaccendate nel fare tutto con una sola mano, mentre con l’altra tengono in braccio il loro bambino, per capire come mai questa categoria di donne è così colpita da tale problematica.
Tendiniti neomame 1Infatti anche l’atto stesso di sollevare il bimbo da sotto le ascelle con la mano aperta contribuisce a far infiammare i tendini del pollice.

 

SINTOMI

Tra i principali sintomi abbiamo dolore e gonfiore lungo il lato del polso verso il pollice. Ciò è particolarmente evidente quando si stringe il pugno o si afferra qualcosa, o quando si gira il polso.
Se trascurati i sintomi possono arrivare anche ad avambraccio e mano.
Chi è affetto da questa tendinite prova dolore se, stringendo il pugno con il pollice chiuso all’interno, flette il polso dal lato del mignolo.Tendiniti neomame 3

COSA FARE

Nella fase iniziale spesso viene consigliato il riposo funzionale e terapia con antinfiammatori, rimedi spesso non attuabili dalle neomamme perché i farmaci non sono compatibili con l’allattamento e il riposo non è compatibile con il prendersi cura del proprio bambino.

La fisioterapia rappresenta quindi un valido aiuto, attraverso esercizi di stretching e terapie come ultrasuoni, laser ecc., e semplici tecniche per adattare al meglio il movimento della mano e alleviarne il fastidio (ad esempio cambiando spesso le posizioni in cui si allatta o si tiene il bambino in braccio o aiutandosi con una pratica fascia porta-bebè.
Non bisogna aspettare quindi solo che “il bambino cresca e il dolore passi” come viene spesso suggerito da nonne e zie, in quanto è importante prevenire l’instaurarsi di infiammazioni più severe e liberarsi subito dal fastidio.

Feste di Natale e di Capodanno 10 regole per passarle al meglio

Poche e semplici raccomandazioni dell’Associazione mondiale per le malattie infettive e i disordini immunologici (Waidid) per godersi in totale serenità un momento atteso da grandi e piccini che però può nascondere insidie.

A raccomandare l’importanza di adottare alcuni precisi accorgimenti è l’Associazione mondiale per le malattie infettive e i disordini immunologici (Waidid), che ha stilato un decalogo per godere al meglio delle festività natalizie. Natale e Capodanno non solo magia ed incanto per bambini e adulti. Le feste più attese dell’anno, infatti, nascondono alcune insidie che rischiano di compromettere la salute di grandi e piccini. L’influenza, ma anche le infezioni alimentari raggiungono infatti il loro picco in questo periodo fatto di abbuffate, pasti a casa e fuori casa, freddo intenso e vita all’aria aperta. “Quello atteso - ha affermato la professoressa Susanna Esposito, presidente Waidid e ordinario di pediatria all’Università degli studi di Perugia - è un particolare momento dell’anno in cui, oltre a godere appieno della magia e della convivialità tipiche del periodo natalizio, è necessario prestare molta attenzione sia all’alimentazione sia alla possibilità di prevenire influenza o eventuali raffreddori. Occorre ribadire, proprio in vista del picco influenzale che ci attende nelle prossime settimane, che è opportuno rimanere a casa se malati, evitando spostamenti e viaggi così da contrastare il contagio, nonché ridurre il rischio di complicazioni e infezioni concomitanti (superinfezioni) da parte di altri batteri o virus. Gesti semplici come il lavarsi spesso le mani, in particolare dopo essersi soffiati il naso o aver tossito, rappresentano sicuramente l’intervento preventivo di prima scelta per il controllo della diffusione dell’influenza”.

 

Le dieci regole d’ore WAidid per contrastare l’influenza e limitare il rischio di infezioni alimentari:

1.Influenza, prevenirla meglio che curarla! Di regola il vaccino rappresenta l’unica potente arma a nostra disposizione per evitare di contrarre l’influenza. Per prevenirla, è opportuno comunque lavare regolarmente e frequentemente le mani con acqua e sapone; se si è fuori casa è possibile utilizzare soluzioni detergenti a base di alcol o salviettine disinfettanti. Se non è possibile farlo, evitare di portarle a contatto con occhi, naso e bocca. Dopo un bagno o una doccia caldi, inoltre, non stare a lungo con la testa bagnata perché si raffreddano le vie aeree superiori. Regolare, infine, la temperatura degli ambienti interni in modo che sia conforme agli standard consigliati per temperature invernali (generalmente intorno ai 18 ÷ 22°C).

2.Non contribuire all’epidemia influenzale: se si è malati, rimanere a casa ed evitare di intraprendere viaggi e di andare al lavoro o a scuola. È bene coprire la bocca e il naso con un fazzoletto di carta quando si tossisce o starnutisce; opportuno poi non riutilizzare il fazzoletto usato e gettarlo nell’immondizia. Fare aerare regolarmente le stanze, in particolare se ci sono persone malate.

3.Se influenzati, non assumere antibiotici senza indicazione del medico: l’uso degli antibiotici nei casi di infezioni virali è inutile e dannoso per la propria salute e per quella della comunità, contribuendo all’aumento del fenomeno dell’antibiotico-resistenza. Gli antibiotici vanno sempre prescritti dai medici dopo un’accurata visita.

4.Più strati per contrastare gli sbalzi di temperatura: non coprirsi troppo quando c’è freddo, ma neanche scoprirsi velocemente quando c’è il sole. Meglio vestirsi a strati.

5.Healthyfoodper il menù di Natale: evitare cibi troppo elaborati e limitare il consumo di salami e insaccati vari che, insieme alle conserve di frutta e verdura fatte in casa, possono essere all’origine di intossicazioni importanti come il botulismo. Le conserve preparate in casa, come la verdura sott’olio, sono uno dei prodotti in cui più facilmente si può rischiare la presenza della tossina botulinica.

6.In cucina occhio ad igiene di mani e utensili: curare particolarmente l’igiene delle mani per la manipolazione degli alimenti; evitare il contatto tra cibi crudi e cibi cotti; pulire accuratamente gli utensili e i contenitori in cui conservare gli alimenti.

7.Particolare cautela nella cottura e nella conservazione degli alimenti: cuocere bene i cibi in modo che tutte le parti raggiungano una temperatura di almeno 70°C; consumare gli alimenti immediatamente dopo la cottura; conservare in frigorifero gli alimenti cotti in casa, qualora non vengano consumati subito; se il cibo deve essere conservato per lungo tempo, è preferibile surgelarlo. Non consumare cibi avanzati (precedentemente riscaldati o raffreddati) se rimasti a temperatura ambiente per più di 2 ore, in caso di ambienti surriscaldati il tempo si riduce ad 1 ora; se invece si intende conservarli per i giorni successivi, è raccomandabile congelarli sempre entro 2 ore.

8.Attenzione alle uova crude e alle verdure non lavate: con questi alimenti uno dei rischi più frequenti è la salmonellosi, un’intossicazione caratterizzata da sintomi quali nausea, vomito e dolori addominali. I derivati di uova crude, poi, come gelati e dolci alla crema, oltre alla maionese e salse varie, sono alimenti responsabili delle intossicazioni da Staphylococcus aureus. In questi casi, il più delle volte, l’andamento è fortunatamente benigno, con sintomatologia tipica che inizia dopo una breve incubazione di qualche ora e risoluzione in 24-48 ore. La diarrea è il sintomo principale dell’infezione stafilococcica e quando è frequente ed abbondante può comportare una notevole perdita di liquidi ed elettroliti, che vanno adeguatamente reintegrati per evitare squilibri pericolosi, soprattutto nei bambini. Non è necessario arrestare farmacologicamente gli episodi dato che l’eliminazione di abbondanti liquidi costituisce, di fatto, una difesa dell’organismo, che tenta in questo modo di eliminare l’agente infettante.

9.Attenzione al pesce: pericolo allergie e manifestazioni gastrointestinali con pesce e molluschi crudi che possono essere portatori di un parassita, l’Anisakis, nocivo per l’essere umano. Prima di consumare pesce crudo, è opportuno assicurarsi che sia stato sottoposto al procedimento d’abbattimento, l’unico che garantisce l’eliminazione del pericoloso parassita.

10.Dolci sì, ma a piccole dosi: non esagerare con cioccolata e panettone, è importante scegliere prodotti di buona qualità e tenere presente che in alcuni soggetti, soprattutto se atopici, il cioccolato, consumato in quantità eccessive, può dare reazioni allergiche.

 

 

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